UN SIMULACRO PER IL GARBAGE PATCH STATE

un simulacro per il garbage patch state

Questo blog è frutto di un progetto collettivo realizzato da 12 studenti del Master in Exhibit & Public Design della “Sapienza“ Università di Roma [w3.uniroma1.it/masterexhibit/drupal/], con il coordinamento dei prof. Salvatore Iaconesi e Oriana Persico”. Il progetto nasce come sperimentazione sulle tecniche e le metodologie del Transmedia Storytelling.
Prendendo spunto dal lavoro dell’artista Cristina Finucci “The Garbage Patch State” [www.garbagepatchstate.org/], abbiamo realizzato una versione alternativa del Garbage Patch State: un Simulacro, nelle parole del filosofo Jean Baudrillard.
Il nostro lavoro è descritto e illustrato nella pubblicazione “Un Simulacro per il Garbage Patch State”, disponibile gratuitamente e integralmente su ISSUU cliccando qui:

pubblicazione
Vi invitiamo a scaricare la pubblicazione, a diffonderla e a seguire le tracce del nostro lavoro disseminate sulla rete, per ricostruire insieme a noi questa storia: se siete studenti, designer, ricercatori, comunicatori o semplicemente curiosi, vi troverete riferimenti, informazioni e testi che sapranno appassionarvi quanto hanno appassionato noi.

A presto.

Lorena Isabel Bàez Sanabria
Maria Olga Baracos 
Roberta Di Vilio 
Jesus Kandy Llamoca Inga
Benedetta Magrini 
Martina Malfatti 
Antonio Marinelli 
Marco Morosetti 
Melike Sanli 
Ilaria Savarese
Mariarosaria Sidoni 
Carla Mirella Silva Felices

Reference Link:

w3.uniroma1.it/masterexhibit/drupal/

www.garbagepatchstate.org/

…QUASI ALIENI!

È oramai noto a tutti noi il famoso festival “Sensation Plastic” che attira ogni anno sempre nuovi turisti con innumerevoli novità. Infatti durante la manifestazione è anche possibile visitare uno ZOOZoo cmyk, in cui sono presenti animali stranissimi, quasi degli alieni, creati per stupire e fare spettacolo.

Ma da dove vengono questi animali? Sono aberrazioni della natura, animali prelevati dai nostri mari e dalle nostre terre e sottoposti a dolorosi ed immorali esperimenti al solo ne di divertire il turista ignaro; si tratta in poche parole di una vera e propria GALLERIA DEGLI ORRORI!

L’ERA DELLA CLONAZIONE: DOLLY E MOLTI ALTRI ANCORA…

dolly-sheepL’era della clonazione (quasi come fosse una moda!) è appena iniziata e non sembra voglia tramontare così in fretta… Tra un esperimento e l’altro si è giunti, con gran scalpore, alla riproduzione in laboratorio di ben 6 diverse specie di animali (e questi sono solo quelli resi noti alla stampa!). Il 1997 è stato l’anno della pecora Dolly, primo animale clonato in Inghilterra, accolta dal mondo intero fra lo stupore e la soddisfazione degli scienziati e l’indignazione e le critiche della gente comune. I telegiornali hanno aumentato in poco tempo la loro audience, i giornali riempito innumerevoli pagine con commenti di vario genere: insomma, la dolce Dolly, proveniente dall’isola che non c’è, è riuscita a ad acquistare in pochissimo tempo più successo di un’attrice! A farle compagnia, appena un anno dopo, è stato il vitello Jefferson, seguito poi a catena dal topo Cumulina (dalle Hawaii), dal toro Galileo e dal muflone (direttamente dall’Italia) e per finire dai 9 graziosi maialini nati quest’anno nei laboratori degli USA. E chissà quanti altri animali sono in via di preparazione, pronti per essere presentati ad un mondo sempre più incerto e sconcertato. Si è innescata, purtroppo, una vera e propria spirale che tende a divenire sempre più grande: ci troviamo di fronte ad una successione di avvenimenti, tutti tra loro collegati, che rendono via via più grave il fenomeno. E di fronte a ciò nessuno può intervenire per porvi ne.

20130214-pecora-dollyGli scienziati sono divisi a metà tra l’irresistibile desiderio di ricerca e la responsabilità di evitare i rischi connessi ad eventuali manipolazioni nel campo della genetica. Ma forse i continui successi nel campo della medicina che permettono di raggiungere risultati brillanti fanno perdere di vista l’etica e la vera coscienza di chi opera in questo campo. La clonazione sembra più una sda alla natura che un eclatante scoperta. Agli scienziati piace “giocare d’azzardo” e sono pronti a “sfornare” sempre nuove creature da laboratorio per ottenere successo e stima. Si parla persino di clonazione di esseri umani, “per creare nuove condizioni di salute e benessere”.

L’osare degli scienziati fa paura e la possibilità di vivere in una società clonata che vive di cibi transgenici e gli in provetta nati da uteri creati in laboratorio fa quasi pensare alla preparazione di un lm di pura fantascienza! Dove andrà a finire il buonsenso, la ragione, l’etica dell’uomo? Direttamente in un laboratorio e forse sarà clonato anche quello un giorno… Stiamo vivendo un sogno che si trasformerà in un terribile incubo se qualcuno non si accorgerà che tutto questo è sbagliato, contro le regole e senza garanzie di sicurezza. Quali sono le previsioni per il futuro? Se il fenomeno dilagherà ancora e qualcuno non vi porrà un freno, vivremo in un mondo dove tutto è irreale; gli animali, le persone e i cibi saranno eternamente gli stessi identici che ritroviamo oggi…

PESCI CON MUTAZIONI GENETICHE NEL TRATTO TRA SIRACUSA E BRUCOLI

3344AUGUSTA (SR) – Diverse persone hanno segnalato la presenza di pesci malformati pescati nel tratto di mare compreso fra Brucoli e Siracusa, e non solo all’interno del porto di Augusta, che presentavano segni evidenti di alterazioni morfologiche alla colonna vertebrale.

La scoperta di tali pesci malformati (notevoli scoliosi della colonna, colonna vertebrale ad ypslon ed ispessimento abnorme della colonna stessa, oltre a malformazioni riscontrate sia come numero che come forma a livello delle pinne) non è cosa nuova in quanto, in detto mare, da diversi anni tali ritrovamenti non si contano. Ed altrimenti non potrebbe essere, considerato che nel 1989, quando fu dragato il porto di Augusta, si ebbe l’infelice idea di versare in mare a qualche miglio dal porto i rifiuti tossici e nocivi. Infatti, gli esami effettuati presso il dipartimento di Biologia marina dell’Università di Catania attribuiscono il fenomeno all’inquinamento industriale che ha interessato il mare attorno al petrolchimico siracusano. In particolare, è stata riscontrata l’elevata presenza di metalli pesanti (zinco, metil-mercurio, cadmio) che dovrebbero essere all’origine di tali malformazioni. Purtroppo, il fatto non si ferma qui in quanto il pescato finisce sulla tavola degli ignari consumatori ed è inoltre noto come, nonostante gli sforzi della Capitaneria di porto, si continua a pescare di frodo nella rada di Augusta.3343

Mara Nicotra, biologa marina dell’Università di Catania, in un suo studio conferma come i fondali antistanti la zona industriale siracusana siano altamente contaminati da metalli pesanti (in particolare il mercurio, 22 volte superiore il limite consentito), diossine, idrocarburi policiclici aromatici e policlorobifenili (simili alle diossine). In detto studio, effettuato su un gruppo di invertebrati marini che vivono in colonie (Briozoi), la Nicotra aerma che “l’analisi tossicologica evidenziava la presenza di metalli pesanti in concentrazione simile a quella rinvenuta nei sedimenti.

Infine un ultimo studio, sempre dell’Università di Catania, sul Coris julis, un comunissimo e coloratissimo pesce della nostra costa, conosciuto nella zona come “iurea”, rispetto agli stessi pescati in una zona non inquinata (golfo di Riposto a nord di Catania) presentava evidenti mutazioni genetiche nel suo Dna.

Che la Rada di Augusta sia inquinata, lo si sa da sempre: il polo petrolchimico la avvelena dagli anni Cinquanta del secolo scorso e continua ad avvelenarlo, nonostante il depuratore consortile Ias, come dimostrato nell’inchiesta “Mare Rosso”. A partire dai primi anni Ottanta si sono iniziate a vedere le prime conseguenze drammatiche con un aumento, al di sopra delle statistiche regionali e nazionali per quanto riguarda tumori e malformazioni neonatali. E che ci sia un rapporto di causa-effetto con l’inquinamento lo dimostra il fatto che le suddette percentuali statistiche si dimezzano spostandosi di qualche decina di chilometri a nord o a sud dell’area industriale.

La Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito all’eclatante caso di inquinamento della Rada di Augusta ribadendo il principio che “chi ha inquinato deve pagare”. A molti la decisione della Corte potrà sembrare banale, ma in realtà la triste storia di quello specchio di mare dimostra che non lo è.

L’UMANITÀ DELL’UOMO: MORTE O TORTURA A VITA

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Fermiamo la marea di riuti che da oltre cinquanta anni l’umanità sta riversando negli oceani!

Stiamo pompando ogni anno 6 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti negli oceani e nei mari del mondo, di cui l’80% sono plastica, con la conseguenza che ogni anno migliaia di mammiferi, pesci e uccelli marini muoiono per soffocamento, di fame, o subiscono gravi e dolorose lesioni e mutilazioni corporee.

Tartarughe, cetacei, uccelli marini: molte di queste specie inghiottono la plastica scambiandola per cibo o vi rimangono intrappolate morendo per fame o asfissia. Sarebbero almeno 267 le specie nel mondo nei cui stomaci sono stati trovati pezzi più o meno grandi di plastica, tra queste oltre l’80% delle tartarughe marine e tra il 40% e il 50% delle specie di uccelli e mammiferi marini, valori – a detta degli stessi ricercatori – che potrebbero essere sottostimati.

albatross_mort_thumbA livello mondiale sono dunque moltissime le specie marine vittime della plastica, anche se non è possibile stabilirne con precisione il numero complessivo poiché non ci sono nel mondo stazioni di monitoraggio o studi che si occupino specificamente di rilevare questo fenomeno. Tuttavia alcune associazioni ambientaliste hanno ipotizzato delle stime sulla base di dati raccolti localmente; ad esempio secondo l’UNEP (United Nations Environment Program) e l’Agenzia di protezione dell’ambiente svedese, 49 specie di mammiferi marini sono a rischio intrappolamento o ingestione di rifiuti. Ogni anno nel mondo circa 100.000 mammiferi marini (di cui 30.000 foche) e un numero consistente di tartarughe, rimangono uccisi dalla plastica. I cetacei e gli altri mammiferi marini vengono attratti da questi materiali per i loro colori accesi, scambiandoli per prede. Le tartarughe inghiottono i sacchetti di plastica scambiandoli per meduse, la loro preda principale, e ciò provoca il soffocamento o il blocco del tratto digerente.

Oltre a provocare la morte degli animali, la plastica è causa di gravi lesioni (sino alla mutilazione per necrosi) dovute all’azione costrittiva di lenze, reti o sacchi di plastica: terribili le immagini di animali ‘cresciuti dentro’ questi lacci. Anche gli uccelli marini rimangono vittime di tale fenomeno, si stima che ogni anno muoiano per soffocamento o intrappolamento dai 700.000 a un milione di esemplari appartenenti ad oltre cento specie.

La plastica poi non muore con la sua vittima: quando quest’ultima si decompone torna nell’ambiente pronta a fare altri danni e altre vittime.

LE RONDINI DI CHERNOBYL: UNA VITA DIFFICILE (e corta)

1-1La Chernobyl Research Initiative studia da anni gli effetti a lungo termine delle esposizioni a radionuclidi sull’ecosistema delle zone contaminate. A guidare la ricerca sono Timothy Mousseau, professore di biologia alla University of South Carolina, e Anders Møller, biologo evoluzionista presso l’Université Paris-Sud. Dopo quasi vent’anni di studi nella zona dell’incidente, i loro risultati suggeriscono che l’ottimismo che emerge dal rapporto delle Nazioni Unite possa in effetti rivelarsi infondato, e si uniscono alle osservazioni di diversi studiosi che ne mettono in discussione le conclusioni. L’obiezione sostanziale è che il documento del Chernobyl Forum abbia basi poco solide dal punto di vista scientico. «Era necessario un approccio più quantitativo», commenta Andrea Bonisoli Alquati, un giovane ricercatore di ecologia ed evoluzione che partecipa dal 2007 alla Chernobyl Research Initiative. «Non bastano aneddoti e racconti di avvistamenti per valutare l’impatto ecologico di un incidente. Servono stime, osservazioni di lungo periodo e paragoni sistematici tra diversi livelli di contaminazioni, che sono mancati nel rapporto del forum».

Una rondine come modello

Le prime indagini del gruppo si concentrano sulla rondine comune, un uccello molto diuso, considerato un ottimo organismo modello per la ricerca ecologica. Le rondini hanno infatti la tendenza a tornare in ogni stagione riproduttiva negli stessi territori, spesso negli stessi nidi, e consentono quindi ai ricercatori di seguire il destino dei singoli individui anno dopo anno. Per stimare il numero di uccelli che si trovano in un’area e studiarne le caratteristiche siche e alcuni parametri fisiologici, i biologi utilizzano particolari reti chiamate mist net. Simili a reti di pallavolo, sono formate da un intreccio di li di nylon sospeso tra due pali, e sono praticamente invisibili per gli uccelli, che vi rimangono intrappolati. I ricercatori possono quindi catturarli, marcarli con un piccolo anello legato a una zampa per seguirli nel tempo ed effettuare alcune semplici indagini. Proprio con queste reti, i biologi della Chernobyl Research Initiative hanno raccolto molte informazioni sulle rondini presenti nei territori contaminati.

Un primo studio, pubblicato su “Nature” nel 1997 da Anders Møller e colleghi, indica un elevato tasso di mutazioni nelle cellule riproduttive delle rondini provenienti dalla regione di Chernobyl, oltre a una frequenza più elevata di albinismo parziale, un’aberrazione morfologica associata a riduzione del successo riproduttivo. Le mutazioni nella linea germinale (cellule uovo e spermatozoi) sono particolarmente preoccupanti, poiché possono trasmettersi alle generazioni successive. Nel 2005, una nuova indagine dello stesso gruppo di ricerca ha confrontato il tasso di riproduzione e di sopravvivenza delle rondini provenienti dalle aree contaminate con quello di un gruppo di controllo di zone non inquinate dell’Ucraina e di altre regioni europee. Osservando gli animali per diversi anni, i ricercatori hanno misurato un tasso di sopravvivenza ridotto per le rondini di Chernobyl: solo il 28% di probabilità di sopravvivere alla stagione riproduttiva successiva, contro il 40% per gli individui di aree non contaminate. Esclusivamente le rondini di Chernobyl, inoltre, hanno mostrato una riduzione nella riproduzione: quasi un quarto degli individui monitorati non si sono riprodotti.

Uno degli aspetti più interessanti del laboratorio naturale offerto dal disastro di Chernobyl è il fatto che le varie zone attorno alla centrale mostrano una grande variabilità nei livelli di contaminazione: un vero e proprio mosaico che permette di analizzare effetti biologici in una varietà di condizioni ambientali. Così, per esempio, Møller e collaboratori hanno potuto osservare che le rondini provenienti dalle zone con livelli di radiazioni più elevati mostrano più anomalie nell’aspetto fisico e nella funzionalità delle cellule spermatiche. A partire dal 2006 le ricerche della Chernobyl Research Initiative si sono estese anche ad altre specie aviarie, con una serie di studi ecologici sulle comunità degli uccelli del sottobosco delle aree contaminate. I censimenti effettuati hanno fornito risultati impressionanti: nelle aree più contaminate il numero di specie è meno della metà rispetto a quello di zone di controllo, e l’abbondanza di individui per ciascuna specie è meno di un terzo rispetto ai territori con un livello di radioattività nella norma.

MUTAZIONI GENETICHE NELLE FARFALLE DOPO IL DISASTRO DI FUKUSHIMA

423512_446961685344274_1923203320_nSecondo un recente studio condotto sulle radiazioni nucleari di Fukushima, eseguito da un gruppo di studiosi e pubblicato sul notiziario scientifico Journal Scientic Reports, alcuni animali, in particolare le farfalle, avrebbero alcune malformazioni, per via delle radiazioni. In particolare la malformazione interesserebbe le ali e le antenne degli animali, in quanto le radiazioni provocherebbero una mutazione nei geni che gestiscono le informazioni per lo sviluppo delle antenne e della forma delle ali.

Una serie di esperimenti eettuati nel laboratorio, avrebbero portato a dimostrare come proprio le radiazioni siano responsabili delle mutazioni genetiche nelle farfalle. Nell’esperimento, infatti, i ricercatori hanno prelevato 144 esemplari adulti di farfalla, appartenenti alla stessa specie ma provenienti da diversi luoghi del Giappone, tra cui anche alcuni da Fukushima. Gli animali erano stati prelevati a 10 giorni dall’incidente avvenuto a Fukushima.

Da qui è stato possibile dimostrare come la mutuazione degli animali fosse più evidente tra gli esemplari che vivevano nelle zone prossime all’area del disastro. Le farfalle presentavano ali molto piccole e sviluppate in maniera irregolare, rispetto a quella che sarebbe dovuta essere la forma standard di un dato esemplare appartenente a quella specie.

A distanza di sei mesi, poi, lo stesso esperimento è stato effettuato nelle stesse 10 aree. Le farfalle presentavano un tasso di mutazione maggiore rispetto a quelle che erano state testate nel primo esperimento, a pochi giorni dall’incidente.